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PENSIERI SPARSI SUL MERCATO DELL’ARTE


 

Qual è l’elemento centrale e fondante nel rapporto
tra artisti e organizzatori, curatori, gallerie e critici.

Dovrebbe essere l’Arte con l’A maiuscola, dovrebbe
essere la qualità del lavoro, l’innovazione, la sensibilità dell’artista,
l’energia e la forza espressiva che l’opera comunica, la creatività, il
linguaggio poetico e artistico. Sarà perché ritengo che la filosofia marxista
sia la migliore chiave, ancora vincente e attuale, di lettura e d’interpretazione
della realtà che ci circonda; mi viene in mente il denaro. L’unico mezzo che
permette agli artisti di esporre e agli altri, anche se appassionati di arte,
di guadagnare.

Per quanto ne so, solo gli artisti storicizzati sono
invitati gratuitamente alle esposizioni/eventi, perché, essendo noti,
richiamano pubblico e danno prestigio a tutti gli altri, artisti paganti
compresi, curatori, organizzatori etc…ma la fama e il successo hanno un prezzo
da pagare, come ricorda Trotskij
"la
potenza della società borghese si è espressa durante lunghi periodi della
storia nel fatto che ha saputo combinare la pressione e l'esortazione, il
boicottaggio e le lusinghe, per arrivare a disciplinare e ad assimilare ogni
movimento artistico "ribelle" e condurlo al livello del
"riconoscimento" ufficiale. Ogni riconoscimento di questo tipo significava alla fine l’avvicinarsi
dell'agonia" (Leone Trotskij 1938).
Gli artisti non storicizzati hanno ben altro destino. Le iniziative a
pagamento proposte sono le più diverse e fantasiose: mostre itineranti in tutta
Europa, mostre virtuali in un grande albergo di New York, oppure grandi eventi di
breve durata, una pagina in un catalogo insieme ad altri trenta artisti,
naturalmente tutte a pagamento, la cifra è commisurata allo spazio occupato: una
pagina, mezza pagina, una o due foto del quadro. I prezzi variano e puntano
sempre verso l’alto, come se gli artisti avessero una capacità economica
infinita. Solo pochissimi organizzatori tengono conto della grave crisi
economica che sta attraversando il nostro paese e conseguentemente la cultura
abbattendo i costi, scegliendo, ad esempio, sedi meno prestigiose, o location
originali come bar, mercati, vetrine di negozi o, in alcuni rari casi, espongono
gratuitamente le opere. I concorsi sono un altro aspetto da prendere in
considerazione, con l’introduzione dell’uso dei social networks, negli ultimi
anni, la pubblicazione sul web delle opere d’arte, che da una parte allarga la
visibilità, dall’altra ha trasformato il “mi piace” di FaceBook in moneta,
vince il concorso chi ha ottenuto più “mi piace”, dove la qualità del lavoro è
l’ultimo valore, mentre quello che conta sono i contatti che votano per
quell’autore.  Quando addirittura c’è
l’imbroglio studiato a tavolino di farsi spedire i soldi prima, senza poi dare
seguito all’evento. Insomma tutti sono pronti a spremere il povero artista che
insegue il suo sogno e crede ingenuamente nella buona fede degli altri. Dopo
anni trascorsi nell’ambiente dell’arte, si affilano le unghie, si aguzza
l’ingegno; s’impara a difendersi e soprattutto si capisce che cosa si vuole
veramente, e che c’è una bella differenza tra le illusioni e i sogni.

NAVIGANDO da Mosca a San Pietroburgo dal 12 al 22 giugno 2017

12 giugno

Oggi è stata una lunghissima giornata di
trasferimento. Sveglia alle 5 del mattino,in taxi fino all’aeroporto di
Fiumicino e volo per Monaco di due ore; scalo e attesa di 1 ora per cambio
volo, imbarco per Mosca e dopo tre ore arrivo a Mosca. Al controllo passaporti
il nostro gruppo è stato incrociato, disperso e conseguentemente travolto da
grupponi di turisti giapponesi e russi di ritorno da un lungo fine settimana
per festa. Dopo un momentaneo
disorientamento alla ricerca di una via di fuga, troviamo un canale per
diplomatici, una fila di persone in abito nero completi di valigetta nera al
seguito e riusciamo a passare fino al successivo blocco. Una fila di fronte
alla cabina della polizia. Finalmente arriva il nostro turno, consegno il
passaporto e lì comincia un’attenta analisi del documento; lo sguardo della
poliziotta passa dal passaporto a me e di nuovo al passaporto, quasi non
convinta che la persona che ha di fronte sia la stessa della foto del documento.
Mi comincio a spazientire, il mio sguardo si incupisce, la poliziotta stampa un
foglio incomprensibile che mi sottopone per la firma. Poi finalmente mi
restituisce il documento. Usciamo dall’aeroporto e ci riuniamo al gruppo. Saliamo
sul pullman e ci dirigiamo alla nave che ci ospiterà per undici giorni, la
Rachmaninov.Siamo a Mosca, un traffico pazzesco, una
lunghissima fila di auto, si procede molto lentamente, dopo circa un ora e
mezza arriviamo al porto. Di fronte alla nave una signora in costume
tradizionale ci accoglie per compiere la cerimonia di buonaugurio del sale e del pane, da mangiare
insieme. Eseguite le procedure burocratiche (consegna dei passaporti e consegna
delle chiavi della cabina), prendiamo possesso della nostra casa temporanea,
molto spaziosa, due grandi finestre, due armadi e il bagno, piccolo ma completo
di tutto.Sistemiamo i nostri piccoli bagagli e
usciamo in perlustrazione della nave. Ci sono cinque piani, noi alloggiamo al
quarto; vari bar, una biblioteca, il ristorante e la sala degli spettacoli.Si sale e si scende spesso, i gradini sono
meno profondi della lunghezza dei piedi, scopriamo che per scendere in
sicurezza dobbiamo poggiare i piedi inclinati. Ora di cena, tutti nella sala ristorante,
abbiamo scelto un ottimo tavolo per sei in un angolo finestrato, siamo
circondati dall’acqua, una meraviglia. Cena completa dall’antipasto al dessert.
Una sigaretta fumata a poppa, sottovento, e poi a letto.


13 giugno 2017

La visita alla piazza Rossa avviene, come al
solito, dopo un lungo ed estenuante percorso in pullman in mezzo alle auto,
condito con una pioggerella fitta sottile e persistente. Metà piazza è
transennata per lavori in corso, il mausoleo di Lenin non si può visitare
perché ingabbiato nel reticolato. La famosa Cattedrale di San Basilio ricca di
cupole e guglie coloratissime, pur essendo molto bella non mi ha emozionato particolarmente,
forse il freddo e la pioggia contribuiscono, ma nell’insieme Mosca è una città
scostante, traffico e lavori in corso a non finire. Immensi stradoni la
attraversano, palazzi monumentali e grattacieli in stile sovietico
costruttivista incombono e non solo quelli risalenti all’epoca sovietica, ma
anche quelli di recente costruzione. Non ci sono problemi di spazzatura, tutto
è assolutamente pulito. Poca gente in strada.

 

14 giugno 2017

Stamattina si visita il Cremlino, che si
estende per 60 ettari. Ma noi non stiamo bene: io soffro di mal di stomaco, e
anche Claudia e Sergio si sentono “imbarazzati”. Dopo il solito percorso di
un’ora e mezza arriviamo al Cremlino; una signora d’età

sarà la nostra guida e illustrerà palazzi e
chiese armata di microfono e noi ascolteremo con l’auricolare. Passato il
controllo zaini e marsupi, arriviamo alla piazza delle cattedrali; ne visitiamo
due russe ortodosse completamente ricoperte di iconostasi e pitture murarie.
Sono bellissime, ma le storie religiose non ci interessano così gironzoliamo
ammirando le icone dipinte. Il mio mal di stomaco è peggiorato e vomito in
mezzo alla piazza del Cremlino, ahimè. Durante il percorso di ritorno vediamo
una lunghissima fila di persone, chilometri e chilometri, che sotto la pioggia
sono in attesa di visitare la spoglie di San Nicola, momentaneamente trasferite
a Mosca dall’Italia. Torniamo a bordo alle 17,30. La nave salpa e stasera
supereremo la prima chiusa e inizierà la navigazione sul Volga.

 

15 giugno 2017

Lunga giornata di trasferimento in
navigazione sul Volga. Attracchiamo nel pomeriggio per visitare la piccola
città di Ouglitch. Scendiamo dalla nave e ci accoglie una banda musicale al
suono di Kalinka. Piove, piove e la temperatura si è abbassata. Ouglitch è una
cittadina con il suo Cremlino che sorge su una penisola circondata dal Volga.
Visitiamo l’antica cattedrale della Trasfigurazione con l’iconostasi e le icone
dipinte. Torniamo alla nave sotto la pioggia, vento e freddo. Si riparte alle
19,00 alla volta di Yaroslav.

 

 

16 giugno 2017

Al risveglio ho avvertito un disagio
intestinale e ho consultato il medico di bordo, che parlava solo russo, quindi
è stato necessario l’intervento di un interprete. La diagnosi è stata “infiammazione
del colon”, mi ha fatto due punture, una con funzione antispastica, l’altra per
bloccare la dissenteria. Rinunciamo alla visita del monastero della
Trasfigurazione di Jaroslavl con il gruppo. E ci sistemiamo in biblioteca, dove
si radunano man mano altri passeggeri affetti da analoghi problemi.             

Aspettiamo il rientro degli
altri passeggeri dall’escursione leggendo e scrivendo, poi si riparte per la
prossima tappa. Durante la navigazione viene organizzata la “cerimonia del tè”,
che a differenza da come l’avevo immaginata consiste in una grande quantità di
dolci, torte alla frutta e pane a forma di animali. Siamo serviti da personale
in costume tradizionale, cerimonia molto carina, e i dolci molto buoni. La
serata trascorre ascoltando un concerto di musica classica al Bar Sinfonia, i
musicisti del gruppo Kalinka, con voce, balalaika e fisarmonica. Bravissimi.

 

17 giugno 2017

Purtroppo stamattina ho
avuto di nuovo disturbi intestinali e di nuovo sono andata dal medico: una
puntura e due pasticche dopo circa un‘ora mi sento meglio. Dobbiamo comunque rinunciare
all’escursione al Monastero di San Cirillo sul lago Bianco, ma in alternativa
scendiamo per visitare a piedi il villaggio rurale di Goritzy. Una tranquilla
passeggiata in campagna, la strada è costellata di abitazioni di legno dipinte
di vari colori; e tra una casa e l’altra, orti ben curati ingentiliscono il
paesaggio. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, in campagna i ritmi
della vita non sono molto cambiati; e si avverte lo spirito della Russia
profonda. Notiamo degli oggetti datati: una postazione telefonica, una
pensilina in cemento. Visitiamo un monastero in restauro, un piccolo cimitero e
una fontana dalla quale esce acqua, ritenuta miracolosa, circondata da donne
armate di taniche. Arriviamo a un’improbabile piazzetta del paese, con un
supermarket quasi senza merce. Torniamo a bordo e poco dopo si salpa per la
prossima tappa.

Nel pomeriggio il sole sconfigge le nuvole,
la nave attraversa il lago Bianco esteso per 1125 km quadrati e circondato da
una natura incontaminata, spettacolare, tante piccole isolette sembrano
galleggiare sulla superfice del lago, una meraviglia.

 

18 giugno

Entriamo nel canale Volga-Baltico che ci
condurrà al lago Onega, meta la piccola isola di Kiji, la perla della Carelia
patrimonio dell’Umanità, con il museo ligneo all’aperto. Lungo il percorso incrociamo
alcune chiatte che trasportano terra o ghiaia. Ci dicono che i boschi di
betulle sono pieni di animali, ma dalla nave non si percepisce la loro presenza,
solo le gabbianelle che seguono imperterrite la nave. E’ un lento percorso
incantato quello del canale, regna un silenzio profondo e la luce è fantastica,
nitida, i colori sono brillanti. Si sente profondamente la differenza di
ambiente tra grandi città e campagna, con atmosfere tranquille, boschi, profumi
e molto verde, dove la vita scorre lenta. Probabilmente non c’è un grande benessere,
ma forse si è più felici, rispetto alle megalopoli di Mosca e San Pietroburgo,
piene di traffico e cantieri di lavori in corso.

 

19 giugno 2017

Attracchiamo all’isola di Mandroga, dove c’è
un villaggio turistico con case di legno in parte originali dell’epoca e in
parte ricostruite. L’insieme è molto suggestivo. Mandroga è un’isola dalla
forma allungata, ricoperta da un fitto bosco di betulle, albero nazionale russo,
e di pini con un sottobosco pieno di fiori profumati e spontanei. Le
costruzioni sono quasi tutte in legno lavorato e dipinto. Passeggiamo lungo una
strada alberata che la percorre, passando accanto ad una stalla di cavalli,
pronti a trainare le carrozzelle per i turisti con i conducenti in costumi
tradizionali. Più avanti appare un albergo di due piani in legno dipinto
ricoperto di fregi, spettacolare. Entriamo in una vecchia locanda dell’XIX
secolo completamente arredata con mobili originali; la sala è dominata da una
grande testa di cervo. Lungo il percorso molte splendide residenze private
sparse nel bosco, che gareggiano per bellezza e colori. Proseguendo si arriva
ad un gruppo di antiche case lignee attualmente adibite a laboratori
artigianali. Il pranzo è stato organizzato sotto grandi tendoni: vino antipasti
e spiedini di carne o pesce, squisiti, mentre un gruppo musicale di due
musicisti (balalaika e fisarmonica) e una cantante ci deliziano. Il suonatore
di balalaika ha eseguito brani di Bach, Rimskj Korsakov e altri compositori
russi in modo assolutamente magistrale. Alla fine siamo tutti intorno a lui,
incantati dalla sua bravura. Poi tutti a bordo, si salpa. La navigazione durerà
tutta la notte attraverso il lago Lagoda. L’arrivo a San Pietroburgo è previsto
domani mattina alle 8.

 

20 giugno 2017

San Pietroburgo, c’è il sole, si parte in
tre gruppi distribuiti sui pullman. La città si presenta con larghe strade e
palazzi maestosi; è stata fondata trecento anni fa su una zona molto estesa e
paludosa ed è attraversata da numerosi fiumi e canali. Ha sei milioni di
abitanti, una megalopoli. Anche qui, coma a Mosca, il traffico è intenso, si
procede a passo d’uomo. Breve sosta per ammirare una chiesa in restauro non
visitabile, successiva sosta breve per un’altra chiesa anche questa chiusa; nel
frattempo comincia a piovere e si alza il vento. Il pullman riparte, ma alla
terza sosta decidiamo di non scendere. Si procede verso il Cremlino di San Pietroburgo.
Una antica fortezza con alte mura. Non provo alcuna emozione. Visitiamo
l’ennesima chiesa, dove si trovano le tombe dei Romanov, circondati da numerosi
gruppi di turisti giapponesi, cinesi, tedeschi e spagnoli: un delirio. Sosta in
un negozio di gadget: matrioske, colbacchi di pelliccia vera e sintetica,
cappelli militari di varie fogge e colori. E ricordi del periodo sovietico,
ormai vivo solo nei gadget: distintivi, orologi, portachiavi e bussole con
falce e martello per i nostalgici. Tutto il mondo è paese. Pranzo a self service
e di nuovo in pullman verso l’Ermitage. La guida, mentre siamo in fila
all’ingresso in attesa di entrare, ci descrive la situazione che troveremo
all’interno del museo, raccomandandoci di stare sempre vicino a lei, perché è
molto facile perdersi e difficile ritrovarsi; per questo ci dà un appuntamento
di sicurezza all’entrata. L’Ermitage è molto esteso, comprende cinque grandi
edifici, noi visiteremo il famoso Palazzo d’Inverno,
la residenza
ufficiale degli Zar_di_Russia" Essere lì mi fa sentire di entrare nella storia, finalmente
un’emozione.
 Impossibile vedere le opere esposte in seconda
o terza fila dietro gruppi numerosi di turisti. Cerco disperatamente un bagno a
causa del mio problema, una guida mi accompagna e mi metto in fila in attesa,
un incubo. Il percorso di andata e ritorno è durato circa tre ore, arriviamo
alla nave sfiniti e scontenti.

 



20 giugno
Giorno libero per visitare la città. Non sono in condizioni di muovermi, per cui restiamo in nave. In aggiunta veniamo a sapere che la metropolitana viaggia a cento metri sotto terra a causa dei fiumi e dei canali che attraversano la città, non depone molto bene. Ci prepariamo alla partenza del giorno dopo, non vedo l'ora di tornare a casa.


 



 

 

 

    

 

RICERCA E TECNICA - REPERTI URBANI

La pittura liquida scivola e scorre sulla tela, creando un insieme di forme e colori che evocano sia astrattismo che figurativismo, si mescola e si impasta alla materia volta a volta diversa. Rifiuti urbani: latta, carta, sabbia, tessuti e...
Appaiono racconti, viaggi, ingorghi di presenze non volute accanto a quelle cercate, consapevolezze sepolte nella profondità del nostro io, pronte ad emergere alla luce se solo si scava, se solo l'occhio si sofferma.
Si attinge alla spinta interiore e all'inaudita forza del colore, della forma e della materia per abbattere vecchie strutture e luoghi comuni che ci impediscono di esistere e di vedere, e si procede oltre.
Il pensiero e l'azione si muovono insieme. Corrono la memoria e il ricordo, le immagini e i sogni, le emozioni e le conoscenze, mentre le mani lasciano fluire e sgocciolare i colori e gli impasti di materia, aggiungendo materiali e scarti recuperati.
I reperti urbani come tappi di birra schiacciati, lattine accartocciate, tacchi perduti di vecchie scarpe, specchi retrovisori ridotti in mille splendidi frammenti, pezzi di parabrezza rotti come tanti cristalli, contenitori di latta per il cibo ormai trasformati dal calpestio e dalle intemperie in un unico sottile strato di metallo arrugginito, raccontano storie di vita di strada, di bevute e di mangiate, di camminate nelle vie cittadine, di povertà e di dolore. E si inseriscono di diritto e con forza nel lavoro pittorico mescolandosi, impastandosi, colorandosi, portando con sé la propria condizione di oggetti usati, scartati, calpestati, gettati, e infine rinati.

ATTRAVERSANDO LA GEORGIA

ATTRAVERSANDO LA GEORGIA agosto 2013

Un volo notturno ci porta a Tbilisi, capitale della Georgia. Il gruppo, con il quale trascorreremo il viaggio, è composto da sette persone; oltre a noi due, ci sono quattro signore torinesi e una signora di Roma. Alloggiamo in un albergo di stampo sovietico abbastanza recente, con una scalinata all’ingresso. La stanza è bella, un miniappartamento con angolo cottura, la grande finestra angolare affaccia su un cortile interno tutto grigio, un po’ triste; ci affrettiamo a chiudere le tende.
La colazione di tipo continentale è abbondante: cornetti, marmellate, salumi, pane tostato, succhi di frutta e caffè. Nelle grande sala adibita alla colazione sono presenti famiglie islamiche allargate, le donne sono completamente vestite di nero, ma molto truccate e con labbra luccicanti di rossetto; un numeroso gruppo di ebrei consuma la colazione preparata da loro stessi, perché il cibo deve essere Kosher; vengono da Israele per trascorrere in Georgia le vacanze. Tea, la guida del primo giorno racconta che i georgiani sono molto amici (?) degli ebrei.
In una piccola bottega vicino all’albergo cambiamo gli euro in lari, poi inizia il tour a piedi della città. La prima impressione è piacevole, costruzioni antiche in legno e pietra, costruzioni moderne in cemento, vetro e tubolari di acciaio quasi tutte realizzate dall'architetto italiano Michele De Lucchi, ma anche molte case semidistrutte. Tea, una fervente credente, sotto un sole cocente ma a volte velato, mostra una Chiesa antica nel centro storico medioevale, e illustra anche i riti ortodossi ad esempio, come si fa il segno della croce con le tre dita unite per indicare la trinità e tante altre cose che non mi interessano un granché. In questo paese il ruolo della religione è molto più radicato nella cultura e nella mentalità dei georgiani di quanto non lo sia in Europa, il potere della Chiesa cristiano ortodossa è forte.
Passeggiando nel quartiere medievale di Tbilisi si percepisce l’anima multietnica e la contaminazione con la cultura orientale. Sui tavoli dei bar coperti da coloratissime tovaglie troneggiano i narghilè. Il centro è gradevole, con palazzi dell’ottocento ornati di balconi di legno dipinto; purtroppo però è completamente privatizzato da bar, locali, ristoranti con tende, tendoni, sedie, divani, palchi, c'è un po' di tutto, diciamo un po' troppo. Il pranzo è ottimo, consumato in un posto molto carino. La cucina georgiana è ricca di sapori, pietanze speziate con il coriandolo, pane ripieno di formaggio fuso, un meraviglioso impasto di mozzarella filante e foglie di menta tritata. Al museo del Tesoro, sono esposti gioielli eseguiti nel periodo che va dal quarto secolo prima di Cristo al quarto secolo d.C.. Oggetti meravigliosi ritrovati nelle tombe, realizzati in oro con la tecnica della cera persa e della filigrana, soprattutto bracciali e coppe.
Il carattere orientale di questa città che alla prima impressione sembrava essere presente e lasciava sperare in altri segnali di questa antica cultura, nel proseguimento della passeggiata si va un po' perdendo. Hanno costruito molti edifici e ponti con design ed architettura moderna e non tutti gradevoli, anche il quartiere medievale non ha edifici originali, ma solo l'impianto è dell'epoca, molti edifici sono stati ricostruiti nell’800; ciò non toglie, comunque che sia molto gradevole.
Si riconferma, ancora una volta, la convinzione, formatasi viaggiando e conoscendo città non solo europee, che è in atto un processo di avvicinamento e di somiglianza tra un luogo e l’altro, tra una città e un’altra, una forma di globalizzazione urbana in cui il turismo e tutto ciò che ne consegue la fa da padrone.
Via Rustaveli è la strada principale di Tbilisi, lunga circa 3 km, si presenta, stranamente, con un lato pieno di negozi e negozietti di gadget per turisti e bar, e l’altro di palazzi monumentali, oltre a un grande negozio di Cartier, sarà anche quello un monumento?
La strada non è male, un po' la via Veneto georgiana, è ornata da alberi, piante e aiuole fiorite, ma l'impressione è che ci sia sempre questo grande stridore tra i negozi di firme, ormai riconosciuti a livello mondiale e la situazione di povertà e miseria che ancora persiste in Giorgia.
Signore anziane vendono per strada cartocci di semi di girasole o ricordini religiosi; vicoli oscuri e inquietanti separano un edificio dall'altro, un venditore di giornali, cartoline e vecchi libri invade il muretto e tutta la aiuola di un albero per esporre la sua merce, coprendo con i sassi i giornali e i volumi perché non vengano sollevati dal vento.
Più avanti c’è il vecchio Parlamento, ora trasferito nella città di Kutaisi, in mattoni color arancio con un grande colonnato al di sotto del quale una serie di fontane ne orna il fronte. Inizia il tour del paese con la nuova guida, Sasha, un ragazzo che è stato seminarista in Italia per 4 anni e poi ha deciso di abbandonare la chiesa. Mtskheta è l’antica capitale e il centro religioso della Georgia, c’è il Monastero di Jvari, dove vivono suore vestite come le donne islamiche, non c’è poi molta differenza fra gli usi e i costumi delle diverse religioni; visitiamo poi la Cattedrale di Svetitkhoveli, dove ancora oggi si svolgono importanti cerimonie religiose.
In Georgia la religione è un fondamentale elemento di unione e saldatura della popolazione, in qualche modo ha sostituito il credo del comunismo staliniano. La sua invasività viene promossa dalle guide stesse, che spiegano con grande dovizia di particolari i riti e i simboli ortodossi. In effetti questo viaggio ha più del pellegrinaggio che di viaggio di conoscenza del paese.
Le donne devono entrare in chiesa e nei luoghi sacri con la testa coperta e a volte devono indossare anche un pareo sui pantaloni perché non si devono vestire da uomini. Vediamo, poi, che nugoli di ebrei entrano nelle chiese infischiandosene di questi obblighi, con le donne scollate e a testa scoperta. Alcuni di loro sono stati malmenati, così c'è stato raccontato da Sasha, perché hanno urinato vicino alla mura della chiesa, comportamento ritenuto una grande offesa e arroganza.
Lungo il tragitto per tornare al pulmino c’è un edificio nella cui parte alta troneggia un bellissimo mosaico socialista, la parte bassa risulta abbandonata. La guida ha spiegato che quella era la casa del popolo e in seguito alla caduta del comunismo è stata abbandonata e nessuno ha pensato di restaurarla; le guide non ne parlano, mentre è un bellissimo edificio artistico che, comunque, costituisce la memoria del paese.
Si prosegue verso la città di Kutaisi nella Giorgia occidentale. La strada attraversa una zona molto verde e boscosa, nel primo tratto coltivata a frutteti, i prodotti sono venduti dai contadini lungo i bordi della strada; la merce è esposta su banchetti ombreggiati o sui camion carichi di cocomeri. Il resto del percorso è costituito da boschi e prati, una natura generosa e ricca.
La guida ci ha illustrato la situazione politica e sociale prima e dopo la caduta del comunismo. Durante il comunismo l'assistenza sanitaria e l'educazione erano gratuite, e il governo, addirittura, sosteneva economicamente i ragazzi che volevano proseguire gli studi. Tutti avevano la casa e il lavoro, la dimensione della casa cambiava a seconda del numero dei componenti della famiglia, più numerosa era la famiglia più grande era la casa.
Adesso, invece, non tutti hanno il lavoro, lo stipendio medio è intorno alle 150/200 € mensili, gli affitti degli appartamenti si aggirano intorno ai 150 €, l'assistenza sanitaria è privata, quindi chi può si assicura, e pochi possono farlo per i bassi redditi.
I servizi igienici pubblici descritti dalla Lonely Planet non rispecchiano il livello di quelli frequentati in giro per la Georgia. I bagni sono a pagamento, si tratta di bagni turchi vecchi e sporchi, con cestini traboccanti di carta sporca.
L’ingresso nella città di Kutaisi è un insieme di fabbriche vuote, di grandi condomini sovietici, alcuni cadenti anche se occupati, altri abbandonati. La sensazione è quella di trovarsi in un posto depresso; forse per questo hanno pensato qualche anno fa di trasferire il Parlamento in questa città sperando di dare nuovo impulso all’economia locale. Ma i risultati non sono stati soddisfacenti perché i parlamentari dopo le riunioni si affrettano a ripartire.
La Cattedrale di Bagrtati del 1100 domina dalla cima della collina; fu bombardata durante la guerra tra georgiani e turchi, e in seguito ricostruita. Il restauro è stato eseguito in maniera pessima, le parti mancanti sono state realizzate in cemento armato ed è stata aggiunta una struttura in ferro e cemento con un ascensore interno che porta dal piano terra, dove è situato l’altare, al matroneo.
La sistemazione per la notte è una Resort Spa che si trova nella località di Tskaltubo. L’albergo, costruito nel 1937 durante l’epoca di Stalin, fu frequentato da funzionari e militari del partito comunista sovietico; in seguito alla caduta del muro è stato abbandonato e solo di recente ristrutturato. E’ situato all’interno di un estesissimo parco disseminato di strutture termali e alberghiere, per la maggior parte cadenti e abbandonate; solo qualcuna è stata restaurata o è in fase di restauro. Sembra un cimitero.
Dà sicuramente la sensazione di un luogo di forte impatto visivo, ma assolutamente inadatto ai viaggiatori; dovrebbe diventare un sito da visitare, monumento e memoria storica del paese, piuttosto che un luogo dove alloggiare. L’Albergo dista circa mezzo chilometro dall’edificio maestoso in cui si consumano i pasti. In questo luogo si viene avvolti da un senso di disagio.
Il 19 agosto è stata una giornata piuttosto faticosa, una giornata di trasferimento. Uscendo dal parco degli scheletri l'autista ha sbagliato strada, girando in tondo e dopo un’ora cica ci siamo ritrovati davanti alla Resort Spa. Finalmente si arriva alle Grotte Carsiche di Prometeo.
La visita è splendida, le grotte offrono panorami grandiosi e spettacolari con stalattiti e stalagmiti, debitamente illuminate. Una tranquilla passeggiata di un chilometro e mezzo nel ventre della terra, durata una quarantina di minuti.
Il monastero di Gelati, costruito nel XII secolo in una posizione dominante, è veramente eccezionale per gli affreschi che ricoprono le pareti; la contigua Accademia riveste una grande importanza storica per gli studi di cultura cristiana e neoplatonica.
Dopo questa visita il viaggio prosegue per raggiungere la città di Akhaltsike. Un viaggio molto lungo e tormentato, perché all’ingresso di una galleria c’erano dei lavori in corso e si è formata una coda di auto e di camion pazzesca su una strada a due corsie con due sensi di marcia; i soliti furbi passavano avanti fino a invadere completamente anche la corsia del senso contrario per cui si è bloccato tutto. Dopo quasi un'ora finalmente si riesce a proseguire, arrivando alla meta alle 20,00 passate. L’albergo è nuovo e gradevole, la cena ottima, si passeggia dopo cena nelle strade di questa piccola città di cui solo il centro è stato restaurato.
La città rupestre di Vardzia del XII secolo si trova in un paesaggio splendido, la strada corre lungo il corso serpeggiante di un fiume, la vegetazione è folta e ricca; intorno il Piccolo Caucaso, ma si vedono in lontananza anche le montagne del Grande Caucaso. Le mucche ci accompagnano lungo il percorso, si sdraiano sulla strada, indifferenti alle macchine; l’autista ha dovuto fare uno scarto con l’auto per evitare una mucca che si era lanciata improvvisamente davanti a noi.
La spettacolare città scavata nella roccia di Vardzia fu costruita per volontà della regina Tamara, vicino alla monastero omonimo. E’ veramente incredibile, si sviluppa in verticale sulla parete di pietra della montagna: il teatro con il palcoscenico, nicchie, scale e scalette, addirittura una farmacia con gli scaffali di pietra per le medicine. Nella parte alta della città c’è un grande spazio pubblico per riti e cerimonie scavato nella roccia, con un foro nella montagna per il passaggio dell'aria, e un refettorio con al centro un piccolo scavo per far spurgare l'animale da cucinare, circondato da sedili. La cappella dentro il monastero, in fase di restauro, è completamente affrescata. Il panorama che si gode dall’alto è mozzafiato, la valle rigogliosa con il fiume che scorre nel mezzo.
Abbiamo pranzato in un posto delizioso sulla riva del fiume, una casa di campagna piena di fiori, un ottimo pranzo a base di trota allo spiedo, senza
condimento, buonissima, patate dolci, ratatouille, l’immancabile pizza ripiena di formaggio fuso, il cocomero e una caraffa di vino rosso fresco e… tante vespe. Sasha ha suggerito di bruciare la polvere di caffè su piattini posti sulla tavola; in effetti funziona, alle vespe non piace il caffè e così il fumo prodotto dalla combustione le ha tenute lontane. In conclusione il pranzo è stato movimentato, divertente e molto saporito. I proprietari si stanno organizzando per fornire in futuro oltre al pranzo anche il soggiorno. Pensiero del dopo pranzo i georgiani sono spesso arrabbiati e scuri in volto.
Immancabile la visita a Gori, città natale di Stalin, con relativo museo fotografico, dove sono esposte una grande quantità di immagini di Stalin che ricostruiscono una storia non molto oggettiva. Nel giardino del museo c’era la casa dove Stalin è nato e il vagone ferroviario sul quale viaggiava, davvero un pezzo di storia.
Il viaggio prosegue verso la città di Uplistsikhe dove visitiamo l'antica città rupestre che risale a sette secoli prima di Cristo. Si tratta, anche in questo caso, di una città scavata nella roccia con degli ampi spazi aperti, situata sulla cima di una collina panoramica prospicente il fiume. Ci sono le terme, il teatro, una grande sala dedicata alla regina Tamara, una farmacia, è un sito splendido, ci si sente parte della storia. Sulla sommità si erge una Chiesa ortodossa costruita in tempi più recenti.
Si prosegue per il nord del paese, lungo la Grande Strada militare Georgiana verso il Complesso di Ananuri del XVI secolo, cittadella fortificata che sorge in una posizione magnifica: domina un lago artificiale generato da una diga costruita a valle, circondato da una ricca vegetazione. La fortezza è interessante soprattutto perché ha al suo interno una Chiesa all'origine completamente affrescata, poi, in seguito a guerre religiose intestine, le pareti furono ricoperte di vernice; ora sono riusciti a portarne alla luce una parte che raffigura il Giudizio Universale. L’uscita è costellata di bancarelle, come sempre accade intorno ai siti di interesse storico e culturale; è raro visitare un paese in cui non è possibile acquistare qualcosa, un ricordo, ma trovare soltanto della paccottiglia.
Si sale a 1800 metri di altitudine in una località sciistica dove si trova l’albergo, nuovo e ben tenuto. Dopo cena comincia a piovere; per domani è prevista una gita in jeep per arrivare ad oltre 2000 metri, e tutti speriamo che il tempo migliori.
Ma invece piove e la montagna è avvolta dalla nebbia, ci dirigiamo verso la località di Kazbegi, che si trova a 15 chilometri dal confine russo, attraverso il passo di Jvari a 2400 metri. Una strada tra le montagne del Grande Caucaso. Lungo il percorso si incontrano lavori in corso per diversi chilometri che rallentano parecchio il viaggio. Le jeep sono pronte e inizia la salita fino a 2170 metri di altitudine e l’ultimo tratto si prosegue a piedi per raggiungere la Chiesa della Trinità di Gergeti del XIV secolo, circondata da montagne innevate, spettacolare. Attualmente l’Abbazia è gestita da una comunità composta di 3 monaci. La strada per salire è piena di buche, sassi, fango e nebbia, perché la giornata è fredda e piovosa. Si ritorna lungo la stessa strada, come sempre succede in Giorgia, si percorre due volte la stessa la strada, andata e ritorno, la maggior parte del tempo si passa nei trasferimenti.
La nostra meta finale è Tbilisi, dove si resta un altro paio di notti e si fa un giro nel piccolo centro storico.
La tour operator, Irina, ha organizzato una deliziosa cena sul battello durante l’escursione sul fiume Mtkvari per salutare il nostro gruppo al termine del tour, è stata una bella serata. Abbiamo scambiato idee e opinioni su come migliorare il viaggio. Ha donato ad ognuno una foto di gruppo scattata il primo giorno. La vista notturna dal battello in movimento della città illuminata sapientemente è molto suggestiva.
Il percorso del viaggio è stato di circa 2000 chilometri e abbiamo avuto contatti con negozi, bancarelle, bar, albergatori e ristoranti, ma non abbiamo trovato nella popolazione georgiana l'accoglienza di cui parla la Lonely planet, sono maleducati e scorbutici, suore comprese, l’impressione è di un popolo chiuso, non abituato al turismo. Ma la Georgia è un bellissimo paese da scoprire: una natura ricca e generosa, molte risorse storico-architettoniche da vedere e di cui godere, una popolazione così poco nota da conoscere.

IL CAOS E IL CASO

Il CAOS e il CASO
( TRA S-FIGURAZIONE E ASTRAZIONE )

Il progetto presentato è un inedito confronto tra interiorità e mondo esterno. La pittura liquida scivola e scorre sulla tela creando un Caos di forme e colori che evocano sia astrattismo che figurativismo, si mescola alla materia volta a volta diversa. Rifiuti urbani : latta, carta, sabbia, tessuti e ….
Appaiono racconti, viaggi, ingorghi di presenze non volute accanto a quelle cercate, come MINE sepolte nella profondità del nostro io, pronte ad esplodere se solo si scava, se solo l’occhio si sofferma; allora, sciami sismici anticipano appena successivi sconvolgimenti, forti e potenti; disagio, scossa e infine una esplosione di coscienza. Noi per primi colpiti da astonishing, da sbalordito stupore.
Lo schiaffo dura un attimo, la coscienza è per sempre.
Attingiamo all’inaudita forza del colore e della forma per abbattere vecchie strutture e luoghi comuni che ci impediscono di esistere e di vedere e procediamo oltre.
Il Caos è dentro di noi, fuori di noi. È ovunque.

Maria Grazia Lunghi

VIAGGIO IN PALESTINA 2011

Aprile 2011
Viaggio nei territori palestinesi con Luisa Morgantini
già vicepresidente del parlamento europeo


 
Attraversando i territori occupati della Cisgiordania si viene colti da un profondo senso di disorientamento. Non si comprende se si sta attraversando la Palestina o Israele. La  Cisgiordania è divisa in area A (amministrazione e sicurezza palestinese), area B (amministrazione palestinese e sicurezza israeliana), area C (amministrazione e sicurezza israeliana); non ci sono segnalazioni o indicazioni in questo senso. Si superano numerosi check point lungo il percorso che interrompono costantemente la continuità del territorio. Qual è la “terra palestinese” ?
Questo vessare, che colpisce i viaggiatori, fa parte della strategia israeliana per disorientare il popolo palestinese, creandogli continui sbarramenti e cambi di direzione, minando la certezza dell’appartenenza e della proprietà della terra; costringendoli ad attraversare, percorrendo tunnel sotterranei, la strada a loro proibita la cui costruzione ha separato il villaggio dalla terra adiacente, la loro terra.
La terra. La terra palestinese è l’obiettivo dell’aggressività politica dello stato di Israele, che la sottrae, la ruba, e la erode.
Il pullman su cui viaggiamo attraversa e riattraversa i check point come a ricucire il puzzle dei territori occupati riunendo idealmente i villaggi palestinesi, brutalmente separati.
Gli insediamenti dei coloni, i settlemen, si allargano come un virus sulle splendide colline della terra palestinese; colate di cemento le ricoprono minacciose, aggredendo tutto e tutti.
I coloni, protetti dai muri, dalle recinzioni di filo spinato e soprattutto dalle forze militari, minacciano e picchiano brutalmente bambini e adulti. Succede ad esempio nel villaggio di At Tuwani, dove i bambini sono costretti a scegliere la strada più lunga per raggiungere la scuola, oppure, grazie alla presenza e al controllo degli internazionali della Operazione Colomba, il percorso più breve con la scorta dei militari, non sempre presente e puntuale; i coloni aggrediscono anche le persone nelle loro attività quotidiane e persino gli animali come è accaduto ad un pastore dello stesso villaggio che è stato gravemente ferito e ha visto uccidere le sue pecore.
Le costruzioni dove risiedono i coloni, villette dai tetti rossi o palazzoni grigiastri hanno generalmente un aspetto rigido e squadrato, sono tutte uguali e ammassate le une sulle altre, tanto da rendere indistinguibile un luogo dall’altro.
Il fanatismo dei coloni e la politica di annientamento esercitata dal governo di Israele rendono le condizioni di vita dei palestinesi a un livello di povertà totale. Si appropriano delle migliori sorgenti di acqua, non concedono il permesso di costruire le case, e se i palestinesi le costruiscono comunque, le abbattono, e così le scuole; alcuni sono costretti a vivere nelle tende, ma abbattono anche quelle; hanno ideato le carceri per i morti, se si muore prima di avere scontato la pena si continua a scontare da morto, fino alla fine della pena la famiglia non potrà riavere il corpo del defunto a cui dare degna sepoltura.
Le attività produttive e commerciali sono ridotte o scomparse; in alcune strade, come a Shuhada street nella città di Hebron: i negozi sono chiusi, la zona del mercato è vuota e desolata, gli incroci delle strade sono sbarrati, solo gli israeliani le possono percorrere e ancora check point. Hanno perfino occupato una parte della moschea, trasformandola in sinagoga. Nella parte araba la strada del mercato è coperta da una rete perché gli israeliani, dalle case sovrastanti che hanno sottratto alle famiglie palestinesi, gettano sotto liquame, sassi, ogni cosa, per non far dimenticare.
Ma a fronte di tutto questo esiste una grande forza e determinazione nella popolazione palestinese che continua ad attestare la propria dignità e il suo diritto ad uno stato indipendente e autonomo. Se gli abbattono le case le ricostruiscono; le donne creano cooperative di lavoro artigianale e aiutano gli uomini nella costruzione delle case; insegnano ai bambini nelle scuole costruite con mattoni di fango o con sacchi di tela cuciti insieme; piantano piccoli alberi innaffiandoli con la poca acqua di cui dispongono.
Luisa Morgantini ci conduce in un mondo parallelo ignoto all’informazione dei media mondiali, costellato di tante realtà vive e vivaci. Molte sono le associazioni palestinesi, come il centro Human Supporters a Nablus che si occupa del recupero di bambini che hanno subito la violenza del conflitto; numerosi Comitati Popolari sono sorti nei villaggi palestinesi. Le Associazioni internazionali presenti in Palestina collaborano con la popolazione e la supportano là dove l’aggressività dei coloni è più forte e le condizioni di vita disastrose. Nella valle del Giordano la Ong Ventoditerra ha costruito una scuola con i copertoni riempiti di fango e paglia; anche tra gli israeliani esistono movimenti che sono contrari alla politica del governo di Israele; il centro israeliano donne Isha L’Isha che si occupa del traffico di donne e del controllo delle nascite; un gruppo di giovani israeliani hanno formato una banda musicale e protestano con canti e tamburi contro le occupazioni israeliane illegali delle case palestinesi.
Tutte queste sono forme di resistenza, Resistere  per Esistere, questa è la loro parola d’ordine. I Comitati Popolari di Resistenza Non Violenta, come ad esempio a Bil’in, ogni venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, vanno in corteo sotto il muro protestando con canti e slogan per la liberazione del popolo di Palestina, innalzando orgogliosamente la loro bandiera; i militari presenti a difesa degli insediamenti rispondono con lacrimogeni, proiettili di gomma e idranti pestilenziali, causando feriti e morti e arrestando i manifestanti. I palestinesi con le loro lotte hanno ottenuto nel 2007 la sentenza della Corte Suprema Israeliana che stabilisce illegale il tracciato del muro e ne prevede la modifica. La protesta si è estesa anche ad altri villaggi come  Nil’in e Al Massara; si è costituito il Comitato di Coordinamento della lotta non violenta e a Bil’in ogni anno organizzano la Conferenza internazionale sulla Resistenza popolare.
Il percorso verso la soluzione è lungo e difficile, ma il popolo palestinese ha dimostrato di possedere una grande determinazione nel perseguire la liberazione dall’occupazione e il riscatto della propria cultura e indipendenza.

Sul processo creativo

All’origine del lavoro pittorico c’è l’idea di ciò che si vuole esprimere, “idea madre”. Essa pur partendo da una reale situazione, immagine, pensiero, sentimento, che preme per essere espresso, si andrà via via disgregando con l’eliminazione di linee e separazioni costrittive per arrivare ad un universo complesso e variegato, che pur mantenendo il suo pregnante significato si apre verso forme e spazi nuovi e misteriosi.
Si riporta sulla tela non tanto il già visto, ma la conoscenza antica costituita da sensazioni, memoria, ricordi e sapienza di umanità che forma il nostro patrimonio genetico e culturale. È importante lasciar fluire liberamente tutto questo per dare una lettura consapevole della nostra attuale condizione di vita.
L’“idea madre”, fondante del lavoro artistico, viene liberata dagli elementi riproduttori e descrittivi della realtà e dalle nozioni della disciplina accademica, per arrivare ad una sintesi espressiva dove non tutto è detto, creando un universo che pur mantenendo una leggibilità conservi tutto intero l’inestricabile mistero della vita e del mondo.
Il fruitore potrà liberamente interpretare l’opera e individuare in essa le sue realtà interiori, che probabilmente andranno oltre le intenzioni dell’artista stesso.
L’opera acquisterà una vita propria diventando come un specchio che riflette realtà, pensieri, emozioni diverse, arricchendosi di significati “altri”, divenendo nel suo percorso un lavoro di tutti e per tutti.
Per concludere questo processo creativo, procede per annullamento delle convenzioni e delle ristrette strutture mentali di cui siamo tutti prigionieri, Cerca la chiave interpretativa delle origini verso una libera espressione artistica.

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