blog di Maria Grazia Lunghi

VIAGGIO IN PALESTINA 2011

Aprile 2011
Viaggio nei territori palestinesi con Luisa Morgantini
già vicepresidente del parlamento europeo


 
Attraversando i territori occupati della Cisgiordania si viene colti da un profondo senso di disorientamento. Non si comprende se si sta attraversando la Palestina o Israele. La  Cisgiordania è divisa in area A (amministrazione e sicurezza palestinese), area B (amministrazione palestinese e sicurezza israeliana), area C (amministrazione e sicurezza israeliana); non ci sono segnalazioni o indicazioni in questo senso. Si superano numerosi check point lungo il percorso che interrompono costantemente la continuità del territorio. Qual è la “terra palestinese” ?
Questo vessare, che colpisce i viaggiatori, fa parte della strategia israeliana per disorientare il popolo palestinese, creandogli continui sbarramenti e cambi di direzione, minando la certezza dell’appartenenza e della proprietà della terra; costringendoli ad attraversare percorrendo tunnel sotterranei, la strada a loro proibita la cui costruzione ha separato il villaggio dalla terra adiacente, la loro terra.
La terra. La terra palestinese è l’obiettivo dell’aggressività politica dello stato di Israele, che la sottrae, la ruba, e la erode.
Il pullman su cui viaggiamo attraversa e riattraversa i check point come a ricucire il puzzle dei territori occupati riunendo idealmente i villaggi palestinesi, brutalmente separati.
Gli insediamenti dei coloni, i settlemen, si allargano come un virus sulle splendide colline della terra palestinese; colate di cemento le ricoprono minacciose, aggredendo tutto e tutti.
I coloni, protetti dai muri, dalle recinzioni di filo spinato e soprattutto dalle forze militari, minacciano e picchiano brutalmente bambini e adulti. Succede ad esempio nel villaggio di At Tuwani, dove i bambini sono costretti a scegliere la strada più lunga per raggiungere la scuola, oppure, grazie alla presenza e al controllo degli internazionali della Operazione Colomba, il percorso più breve con la scorta dei militari, non sempre presente e puntuale; i coloni aggrediscono anche le persone nelle loro attività quotidiane e persino gli animali come è accaduto ad un pastore dello stesso villaggio che è stato gravemente ferito e ha visto uccidere le sue pecore.
Le costruzioni dove risiedono i coloni, villette dai tetti rossi o palazzoni grigiastri hanno generalmente un aspetto rigido e squadrato, sono tutte uguali e ammassate le une sulle altre, tanto da rendere indistinguibile un luogo dall’altro.
Il fanatismo dei coloni e la politica di annientamento esercitata dal governo di Israele rendono le condizioni di vita dei palestinesi a un livello di povertà totale. Si appropriano delle migliori sorgenti di acqua, non concedono il permesso di costruire le case, e se i palestinesi le costruiscono comunque, le abbattono, e così le scuole; alcuni sono costretti a vivere nelle tende, ma abbattono anche quelle; hanno ideato le carceri per i morti, se si muore prima di avere scontato la pena si continua a scontare da morto, fino alla fine della pena la famiglia non potrà riavere il corpo del defunto a cui dare degna sepoltura.
Le attività produttive e commerciali sono ridotte o scomparse; in alcune strade, come a Shuhada street nella città di Hebron: i negozi sono chiusi, la zona del mercato è vuota e desolata, gli incroci delle strade sono sbarrati, solo gli israeliani le possono percorrere e ancora check point. Hanno perfino occupato una parte della moschea, trasformandola in sinagoga. Nella parte araba la strada del mercato è coperta da una rete perché gli israeliani, dalle case sovrastanti che hanno sottratto alle famiglie palestinesi, gettano sotto liquame, sassi, ogni cosa, per non far dimenticare.
Ma a fronte di tutto questo esiste una grande forza e determinazione nella popolazione palestinese che continua ad attestare la propria dignità e il suo diritto ad uno stato indipendente e autonomo. Se gli abbattono le case le ricostruiscono; le donne creano cooperative di lavoro artigianale e aiutano gli uomini nella costruzione delle case; insegnano ai bambini nelle scuole costruite con mattoni di fango o con sacchi di tela cuciti insieme; piantano piccoli alberi innaffiandoli con la poca acqua di cui dispongono.
Luisa Morgantini ci conduce in un mondo parallelo ignoto all’informazione dei media mondiali, costellato di tante realtà vive e vivaci. Molte sono le associazioni palestinesi, come il centro Human Supporters a Nablus che si occupa del recupero di bambini che hanno subito la violenza del conflitto; numerosi Comitati Popolari sono sorti nei villaggi palestinesi. Le Associazioni internazionali presenti in Palestina collaborano con la popolazione e la supportano là dove l’aggressività dei coloni è più forte e le condizioni di vita disastrose. Nella valle del Giordano la Ong Ventoditerra ha costruito una scuola con i copertoni riempiti di fango e paglia; anche tra gli israeliani esistono movimenti che sono contrari alla politica del governo di Israele; il centro israeliano donne Isha L’Isha che si occupa del traffico di donne e del controllo delle nascite; un gruppo di giovani israeliani hanno formato una banda musicale e protestano con canti e tamburi contro le occupazioni israeliane illegali delle case palestinesi.
Tutte queste sono forme di resistenza, Resistere  per Esistere, questa è la loro parola d’ordine. I Comitati Popolari di Resistenza Non Violenta, come ad esempio a Bil’in, ogni venerdì, giorno di preghiera per i musulmani, vanno in corteo sotto il muro protestando con canti e slogan per la liberazione del popolo di Palestina, innalzando orgogliosamente la loro bandiera; i militari presenti a difesa degli insediamenti rispondono con lacrimogeni, proiettili di gomma e idranti pestilenziali, causando feriti e morti e arrestando i manifestanti. Con le loro lotte hanno ottenuto nel 2007 la sentenza della Corte Suprema Israeliana che stabilisce illegale il tracciato del muro e ne prevede la modifica. La protesta si è estesa anche ad altri villaggi come  Nil’in e Al Massara; si è costituito il Comitato di Coordinamento della lotta non violenta e a Bil’in ogni anno organizzano la Conferenza internazionale sulla Resistenza popolare.
Il percorso verso la soluzione è lungo e difficile, ma il popolo palestinese ha dimostrato di possedere una grande determinazione nel perseguire la liberazione dall’occupazione e il riscatto della propria cultura e indipendenza.

Sul processo creativo

All’origine del lavoro pittorico c’è l’idea di ciò che si vuole esprimere, “idea madre”. Essa pur partendo da una reale situazione, immagine, pensiero, sentimento, che preme per essere espresso, si andrà via via disgregando con l’eliminazione di linee e separazioni costrittive per arrivare ad un universo complesso e variegato, che pur mantenendo il suo pregnante significato si apre verso forme e spazi nuovi e misteriosi.
Si riporta sulla tela non tanto il già visto, ma la conoscenza antica costituita da sensazioni, memoria, ricordi e sapienza di umanità che forma il nostro patrimonio genetico e culturale. È importante lasciar fluire liberamente tutto questo per dare una lettura consapevole della nostra attuale condizione di vita.
L’“idea madre”, fondante del lavoro artistico, viene liberata dagli elementi riproduttori e descrittivi della realtà e dalle nozioni della disciplina accademica, per arrivare ad una sintesi espressiva dove non tutto è detto, creando un universo che pur mantenendo una leggibilità conservi tutto intero l’inestricabile mistero della vita e del mondo.
Il fruitore potrà liberamente interpretare l’opera e individuare in essa le sue realtà interiori, che probabilmente andranno oltre le intenzioni dell’artista stesso.
L’opera acquisterà una vita propria diventando come un specchio che riflette realtà, pensieri, emozioni diverse, arricchendosi di significati “altri”, divenendo nel suo percorso un lavoro di tutti e per tutti.
Per concludere questo processo creativo, procede per annullamento delle convenzioni e delle ristrette strutture mentali di cui siamo tutti prigionieri, Cerca la chiave interpretativa delle origini verso una libera espressione artistica.

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